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Era
l’agosto del ’94 quando sono partita per la Mongolia, una terra
sconfinata, senza piante né costruzioni, ricca di acqua, cavalli e fiori,
aperta ai turisti credo solo l’anno prima.

A
2000 metri di altitudine l’altipiano offre spazi aperti, freddo, vento e
nuvole bellissime.

Ho
visitato quindi un luogo intatto: senza alberghi, niente strade e rarissime
le pompe di benzina (bisognava comperare la cartina per scoprire gli unici
punti di rifornimento). Poche le qualità di cibo, ma tanta carne piccante!!
Noi ci eravamo organizzati dall’Italia per il pasto di mezzogiorno ed
avevamo fatto bene perché non incontravamo nulla e nessuno per ore e
giorni.
Otto
pesanti tappe percorse in dieci giorni: circa 80 km al giorno in dieci o
più ore, fra balzi, polvere e … guadi!.

Ho
viaggiato in gruppo, con una guida ed un’autista del luogo fondamentali,
che sono stati indispensabili. Abbiamo utilizzato un pulman robusto, pieno
di benzina dove, anche all’interno, erano ben sistemate le numerose
taniche.Meravigliosa terra abitata da gruppi di nomadi, spesso sorridenti e
senza dubbio sereni.

Ricordo
la gente generosa, che nulla chiedeva e sempre offriva tutto quello che
possedeva: latte e formaggio, una galoppata a cavallo (unico loro mezzo di
trasporto) su selle colorate di legno, ospitalità all’interno delle loro
yurte (tende) e bambini piccoli, un bene veramente prezioso, da tenere in
braccio.

Eleganti
e dignitosi, parlavo con loro a gesti o tramite la guida, uomo orgoglioso
del suo popolo nomade e delle sue tradizioni. Ho avuto anche la fortuna di
imbattermi in un gruppo di nomadi che mai aveva incontrato prima un bianco
con gli occhi azzurri, che non conosceva macchine fotografiche e specchi. Ho
raggiunto a piedi, insieme ad un compagno di viaggio, le cinque o sei tende
che apparivano all’orizzonte in attesa che il pulman venisse letteralmente
“tirato fuori” da un torrente, nel quale si era adagiato. Ci è voluto
un’ora prima che fossimo raggiunti dagli amici. Credo che quell’ora
abbia portato forti emozioni sia a noi due che a quei nomadi.

E
che dire delle tende rotonde, smontabili e trasportabili dal bestiame, con
la stufa al centro, con l’interno di legno colorato (stile trentino).
Queste tende sono adattabili alla stagione perché più strati di tela
possono essere posti uno sull’altro,
in modo da poter regolare la temperatura.

Il
percorso da noi fatto era meta impossibile per i nomadi incontrati lungo la
strada. Essi sognavano di poter raggiungere almeno un tempio buddista e,
nella lunga attesa, forse non raggiungibile dai più, risolvevano facendosi
descrivere e raccontare … ma gli unici turisti eravamo noi! Ho
comperato da un bambino una lucertola scolpita nel legno (gli ho dato un
dollaro) e dei quadretti di acquarello dipinti da studenti abitanti in Ulan
Batar, la capitale. Ho consegnato un dollaro, ma i miei interlocutori erano
preoccupati di non potermi dare un resto. Affinché non apparisse un’elemosina,
che li avrebbe offesi, ho accettato l’offerta di altri quadretti. Il mio
suggerimento quindi, oltre a comperare una cartina prima della partenza, è
avere anche a disposizione il valore di un dollaro in monete più piccole.
In una settimana non sono riuscita a spendere altri dollari perché non c’erano
né negozi né mercati! Anche il nostro
rientro, con una linea locale, senza biglietto né check-in, senza pista di
atterraggio o partenza e con i bagagli caricati sull’aereo da noi stessi
è stato …

…
un’avventura semplice, una realtà che non dimentico, che sembra un sogno
che vorrei rivivere presto.
Il
percorso da Ulan Batar (la capitale) alla valle di Yol (nel deserto dei Gobi):

Ulan
Batar; Baiangobi; Karakorum Erdennezu (monastero, stupa); Khujert camp;
Saihan ovoo; Mandal ovoo; Zhame sciu –Gobi (dove abbiamo trovato un campo
di tende per turisti); Lower Altai mountains (valle di Yol) e ritorno con
volo aereo interno (c’era un volo una volta la settimana) ad Ulan Batar.
Non
era possibile viaggiare soli: conviene organizzare un gruppo di 10-12
persone al massimo. Munirsi di cartina, se di interesse, prima della
partenza. Interessante avere la bussola, per seguire la rotta dell’autista
che non la possedeva, che a noi sembrava ricevesse informazioni dalla guida,
che però arrivava sempre alla meta!
Un
bellissimo libro " Nomadi di tutto il mondo" - National Geographic
Society.
Giunti -Martello
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