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Tibet e Nepal

info : Marcella

Da Lhasa (Tibet) a Katmandu (Nepal)

Il desiderio di andare in alta montagna è stato sempre vivo in me. Imparare, quindi, a sciare ed arrampicare è stata una naturale conseguenza, ma partire per andare in Tibet era qualcosa di più. Oltre alle alte montagne sarei stata, per giorni, in alta quota, avrei incontrato gente solida ed allegra, che crede nella propria millenaria cultura, serena e, specialmente, gente che possiede sopra ogni altra cosa una grande fede.

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Il viaggio in Tibet,  ha, per me,  segnato un'epoca: avevo da poco passato i trent'anni anni, ero una ragazza allenata, sportiva e pimpante. Sono partita felice e sono rientrata raggiante, ma sono tornata anche con un grande male: un incidente mi ha rovinato la spina dorsale ed ho quindi rischiato di rimanere paralizzata braccia e gambe. Uno, anzi due, banali coincidenze nello stesso viaggio: sono stata investita prima da un rischò a Lhasa, la capitale appena raggiunta. Ho preso un forte colpo di frusta che mi ha rotto i legamenti del collo. Non mi sono fermata e mai sarei tornata indietro e quindi … con i mezzi e con il gruppo sono andata avanti. Verso gli ultimi giorni,  ero in piedi, su un camion diretto a Katmandu, quando una compagna di viaggio, per i forti sbalzi dovuti alla strada disastrata, alla discesa e forse anche al nome della valle -il Sentiero del Diavolo- si è aggrappata ad un palo, solitamente sostegno del tendone di copertura, che mi è caduto sul collo. Il colpo mi ha spostato la quarta e la quinta vertebra cervicale ed il dischetto fra le due vertebre si è spostato. Racconto tutto ciò perché io, che ora, con un po’ di dolori e forse in modo più calmo, frequento ancora i monti, mi considero una persona decisamente molto fortunata: ero appunto nella terra della preghiera ed indossavo anch'io la preziosissima collana-preghiera di corallo e pietra nera e bianca (segno di inizio e fine, simbolo dell'occhio di un dio) che i tibetani portano sempre allacciata intorno al collo.La massima quota raggiunta è stato un passo a 5.300 metri. Non molti, né troppi; certo è che bisogna essere preparati. I primi giorni ero attenta a camminare con più lentezza del solito per abituarmi alla quota (si atterra a 3.600 metri). Quando dimenticavo quest'attenzione ero piegata su me stessa per mancanza di ossigeno. Una notte di febbre molto alta ed un po’ di sangue da naso. Poi è stato tutto perfetto. Eravamo in 12, solo due di noi non soffrivano la quota ed io ero una di loro! Stare bene significava dormire e poter, quindi, non perdere nulla il giorno dopo.  

Ho ammirato:  

Lhasa , il cui nome significa "terra degli dei", le sue case con i fiori esposti ad ogni finestra, i colori, il vento ed il mercato. 

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·  il Potala, sede dei monaci e dove ha vissuto il Dalai Lama (se partite con fotocopie colorate del volto di quest'uomo riceverete in cambio tanta gratitudine per il dono, che deve essere tenuto nascosto ai cinesi che, ancora oggi, fermano ogni mezzo in movimento chiedendo una tassa di pedaggio, ogni pochi chilometri).

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·  i dintorni di Lhasa che sono ricoperti di bandierine-preghiera che, secondo la credenza tibetana, sarà sollevata dal vento e portata fino al loro dio.

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·  la gente è buonissima, salutano dai campi lontani ogni passaggio, evidentemente raro, di corriere e camion. Ho sempre risposto con un largo gesto del braccio per rispondere alla loro gioia. I bambini corrono incontro, non chiedono nulla.  Le donne portano nei capelli, con le trecce nerissime , dei fili di lana coloratissimi verdi, azzurri, rossi, collane ed orecchini. I costumi scuri risultano poi molto vivaci per i colori dei grembiuli.

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·   una festa al monastero Sachià, dove fra canti e balli, colori e suoni di tromba, si sta assieme

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·   i monasteri coloratissimi, grandi ed impregnati dell'odore forte ed acre, prodotto delle candele che bruciano il burro di yak

·   il percorso, nella bellissima natura di monti ed acqua, scelto con cura, eccezionale!!!

Sono grandi lavoratori ed i lavori che svolgono richiedono sforzo fisico ed a noi europei sembrano lavori inumani: costruiscono , con le mani, le future strade spaccando, con il martello, la montagna, trasportando i massi e riducendoli in sassi, che sempre manualmente vengono depositati uno ad uno, in ordine, per terra. I tibetani aiutano qualsiasi essere vivente ed il rispetto per gli animali è molto elevato. Ho visto spostare su un terreno i vermi che uscivano dalla strada in costruzione. Nessuno escluso: tutti sono forti per lavorare, sotto il sole, senza attrezzi, col sorriso… e con il volto segnato dalla fatica.

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La sporcizia è grande e gli odori molto forti. Si mangia solo carne molto piccante e non bisogna guardare come, prima che sia cucinata, è esposta sui banchi  del mercato, all'aperto.

Per le strade ci si sposta lentamente, gli autisti compiono miracoli, i luoghi sono brulli, poche le piante ed ogni ramo è raccolto e conservato sui tetti per riscaldare e cuocere. 

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I monasteri sono tantissimi ed i monaci, che una volta li popolavano (700 e più persone) stanno ritornando. Sono sorridenti ed i bambini che già indossano la tunica bordeaux sono rimasti bambini che scherzano, ridono e si divertono a farsi scarabocchiare, con la penna, il braccio. Forse per ricordo, forse per raccontare a casa che sono passati degli stranieri, chissà….

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Sono partita, come altre volte, con lo zaino pieno di magliette e materiale da usare prima e lasciare poi, sempre in cambio di un gioco fatto assieme, di un fiore o di qualcosa da inventare di situazione in situazione,  per non far sembrare il dono un'elemosina ma uno scambio. Sono tornata con stoffe, carte, strisce di stoffe molto fini eseguite al telaio e pezzi di costume tibetano comprate, dopo lunghe trattative, nei mercati, che alle volte non hanno neanche il banco.

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Il percorso: sull'altopiano in quota, fra le montagne: Lhasa; visita al monastero dell'8° secolo di Samye raggiunto con traghetto e camion; monastero Jokhang;  monastero Ganden sperduto fra i monti oltre i 4.000 metri (dove si trovano ancora i fiori!); Gyantse: visita al monastero ed al forte Dzong;  Shigatse; Tsetang; e quindi da Shigatse a Tingri attraverso un passo a 5.200 m. -monastero di Sachià a 4.300 metri.

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Per passare dai 4000 metri al verdissimo Nepal, dove, prima di passare la frontiera abbiamo fatto una sosta a Kasa, per arrivare a Katmandu (Nepal) città diversissima, ricca di palazzi ed interessante.

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Katmandu è la città di partenza e preparazione per le spedizioni: si compera molto bene ogni cosa: dal materiale di montagna -alta quota- al tappeto, o lampada di carta o maglietta ricamata. 

Un GRANDE viaggio che ho ritrovato, per molti aspetti raccontato dal conosciuto Heinrich Harrer in "Ritorno in Tibet" e dal profondo conoscitore del Tibet -F. Maraini- in "Segreto Tibet".

Un viaggio che mi ha fatto leggere al ritorno per saperne di più, una terra arida abitata da gente pacata e sorridente, dalla quale posso imparare ancora moltissimo, una cultura -la cultura tibetana- che continuerà a vivere, un luogo che mi ha lasciato nel cuore la voglia di salire "in alto"!

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